Testo in catalogo Antologica al Gam di Gallarate [13 febbraio – 21 marzo 2004]
“Lo sguardo dell’artista unisce ciò che è separato” (E. Jannini)
Parrebbe incredibile parlare di antologica riferendosi al percorso di Ernesto Jannini, perchè la parola “antologica” allude inevitabilmente a bilanci e consuntivi e sembra escludere l’idea stessa del movimento, della ricerca in divenire.
Al contrario considero Jannini un artista giovane; e non mi riferisco a questioni anagrafiche, bensì alla freschezza della sua opera, materia di lavoro attuale ben viva e capace di confrontarsi con la contemporaneità, di essere inserita nel clima culturale che la determina e che ci determina.
Così che le scelte estetiche con le quali Jannini si esprime risultano sempre aggiornate all’oggi, alle tensioni e agli stimoli visivi che ci circondano e che ci bombardano da ogni dove. Ed anzi sono a questi una risposta.
Eppure ha senso parlare di antologica, per questo artista, perchè la sua ricerca espressiva e comunicativa si snoda lungo un percorso articolato e mai casuale che dura da quasi trent’anni.
Un percorso vivo, ricco di cambiamenti, di deviazioni e messe a punto, in ordine al pensiero sull’arte, sulla realtà, sul rapporto tra arte e società, arte e scienza arte e filosofia, delineato con chiarezza e precisione nei testi di Edoardo Di Mauro e di Renato Barilli, che accompagnano criticamente questa mostra.
Un percorso tuttavia in cui, al di là dei mutamenti, emergono chiaramente alcune costanti e punti fermi che, mi pare, segnano con precisione le opere dell’artista e che si sono andati via via chiarendo e puntualizzando nel corso degli anni.
La poetica di Jannini prende corpo nei primi anni Settanta attraverso la consapevolezza che il fare artistico è il momento per interrogarsi sul mondo e per guardare il mondo con un’attenzione sempre nuova, con lo stupore e la curiosità che spesso hanno solo gli occhi dei bambini.
Il desiderio di saggiare tutte le possibilità espressive degli oggetti che ci circondano emergeva già nel 1976 con l’attenzione a vecchi e logori calzini, alle trame dei fili, dei colori consunti dal tempo, alla possibilità di tirare e dilatare il tessuto in vari modi. Desiderio che rifletteva uno sguardo attento non solo allo scarto e al riciclo dei materiali quanto soprattutto alla molteplicità ed eterogeneità dell’universo delle cose che ci circondano.
Uno sguardo “attratto” e quasi ipnotizzato da un oggetto, un particolare di esso, un’immagine che per brevi o lunghi periodi diventano il nucleo centrale della sua indagine artistica.
Così ai calzini seguono gli scudi come forma mitica e primordiale, agli scudi le buste aeree, i circuiti elettrici, i nidi, il cappello militare, persino un particolare dell’Annunciazione di Beato Angelico.
Tutte “icone” della contemporaneità che ritornano come tasselli costituitivi del linguaggio artistico di Jannini. “Il grande teatro della città rivela sé stesso come grande contenitore, ampia scena dove l’”io” è in cerca di sé come un personaggio in cerca d’autore... Ci sono degli oggetti che racchiudono in sé tutto un potenziale di racconto: con questi oggetti bisogna saper convivere, lasciare che le immagini si formino lentamente... Senza esagerare si potrebbe dire che ogni oggetto ha in sé un potenziale linguaggio. È questa grammatica nascosta che costituisce la fitta rete di stimoli che colpisce il centro della coscienza estetica...”(1)
La raccolta di oggetti attuata da Jannini tuttavia non è debitrice né della poetica pop né di quella poverista. Al contrario Jannini vede in ogni singola opera un momento di profonda interrogazione sull’esistere e soprattutto la possibilità, forse unica, data all’uomo per unire ciò che è separato.
“Il mondo nel quale ci troviamo – scrive Jannini – è costituito da luccicanti frammenti che, pur nella loro molteplicità, non costituiscono una unità.
Continuare a parlare di frammenti e di deriva non ha più senso se non ci si chede chi produce deriva e frammenti…Al di là…delle mille rappresentazioni o del pluralismo dei modelli forniteci dalla scienza ciò che sembra urgente è una nuova impostazione dell’”essere Uomo”... I ricercatori, siano essi artisti o scienziati, non possono fare a meno di ridomandarsi: “Per quale fine? Per chi?”.(2)
Tali sono le domande che muovono l’indagine di Jannini e che vanno tenute ben presenti nell’analizzare le sue opere.
Soprattutto quelle dell’ultimo decennio, in cui il rapporto tra tecnologia, natura e arte, tra caldo e freddo, diventa il fondamento del suo operare. Anche oggi Jannini si conferma quale instancabile raccoglitore. Solo che il suo interesse è indirizzato alla tecnologia più fredda e statica, ai circuiti, ai metalli, quasi a dimostrare la dominazione della scienza e della ragione sul sentimento e sulla natura.
E tuttavia il rapporto arte-scienza che si va tessendo è più sottile e impalpabile. In primo luogo perchè gli elementi tratti dalla tecnologia, in particolare dai sistemi di comunicazione, sono fermi, inutilizzabili, hanno perso la loro specifica funzione, sono diventati, con una felice definizione di Di Mauro “archeologia del presente”. Inoltre i relais, gli hardware, gli accumulatori, i cavi elettrici e quant’altro, sono da Jannini “montati” con un equilibrio formale e cromatico di matrice classica. Jannini compone infatti gli elementi tecnologici con ritmo, simmetria, attenzione alle assonanze o dissonanze cromatiche, non lasciando nulla alla casualità. Proprio questa sapiente progettazione formale, lontana dagli assemblaggi di un Tanguely, contribuisce a rendere più umana la fredda tecnologia.
Oltre a ciò, e in modo ancor più inaspettato, Jannini permette che la natura dialoghi efficacemente con la tecnologia, in un rapporto ambiguo ma vitale. I nidi di rondine si installano negli spazi dei relais, dei circuiti, negli anfratti della tecnologia, diventandone parte integrante e spesso prevalente.
“Queste formazioni squisitamente naturali sanno mettersi sotto la protezione di un pannello di microcircuiti... come dire che tra natura e artificio il matrimonio “s’ha da fare”, che deve cessare il sospetto reciproco tra le due componenti...”(3)
Lo sguardo dell’artista dunque sa unire ciò che è separato. Anche grazie ad un fecondo spirito ludico che gli permette di individuare risvolti e relazioni inconsuete, ironiche, giocose, capaci di suscitare feconde commistioni di forme e significati. Jannini agisce come un nuovo alchimista che separa e relaziona per ottenere la ricerca di se.
(1) Ernesto Jannini, Silos silenzio, Studio Noacco, Chieri, 1991, p.21 e sg.
(2) Idem, p.10
(3) Renato Barilli, testo critico in catalogo Antologica al Gam di Gallarate [13 febbraio – 21 marzo 2004]